Benvenuti nel mio blog, amici lettori

Il giornalista Gaetano Saglimbeni, inviato del settimanale "Gente", all'aeroporto di Shanghai nel 1980, durante la prima visita di Stato di un presidente della Repubblica italiana (Sandro Pertini) nella Cina comunista, quella del dopo Mao.
Il giornalista Gaetano Saglimbeni, inviato del settimanale "Gente", all'aeroporto di Shanghai nel 1980, durante la prima visita di Stato di un presidente della Repubblica italiana (Sandro Pertini) nella Cina comunista, quella del dopo Mao.

            

          Sono un giornalista in pensione, 82 anni, ex redattore e inviato del settimanale "Gente", al quale la vita (o la fortuna, se vi piace pensarlo, amici lettori) ha regalato l’ambitissimo privilegio di poter fare, per mestiere, un lavoro che era ed è il sogno dei giovani di tante generazioni: quello dell’inviato di un grande giornale, pagato (diciamo abbastanza bene, se non molto bene) per andare in giro sul pianeta Terra, da un continente all'altro, e raccontare storie. Ne ho raccontate tante, tantissime, per una ventina di anni. Storie affascinanti e drammatiche, esaltanti e terribili, stravaganti e paradossali: il grande “teatro della vita”, con i suoi drammi, le assurdità, bizzarrie, passioni, ossessioni, gioie e dolori, splendori e miserie, le mille contraddizioni di quello che per il mio illustre conterraneo Pirandello era il “tragico grottesco quotidiano”.

 

          I cinque direttori che ho avuto (Antonio Terzi, Gilberto Forti, Sandro Mayer, Umberto Brindani, Pino Aprile), con il giornalista-editore Edilio Rusconi che per quelli della mia generazione fu un grande maestro, mi facevano scrivere di tutto: cinema, teatro, lirica, balletti, canzonette, sport, politica, terrorismo, alluvioni, terremoti, disastri aerei, grandi amori della storia, scrittori famosi, pittori, musicisti, scienziati. Mi mandavano a Hollywood, ai festival di Cannes, Venezia, Taormina, Berlino, Spoleto, Sanremo, Saint Vincent, ed a Palermo per la tragica catena dei “cadaveri eccellenti” (da Scaglione a Terranova, Falcone, Borsellino, Dalla Chiesa, Pier Santi Mattarella); al teatro greco di Siracusa, alla Scala di Milano, all’Arena di Verona ed alle Olimpiadi di Montreal e Mosca, ai mondiali di calcio in Germania, Argentina e Spagna; in Cina per la prima visita di un capo di Stato italiano nella Repubblica popolare comunista (tre settimane indimenticabili, al seguito e sull’aereo del presidente più amato dagli italiani Sandro Pertini, burbero, collerico, imprevedibile e simpaticissimo, con super-bizzosa moglie al seguito.

 

          Mi mandarono nella ex Unione sovietica per scrivere di comunismo, nei Paesi dell’Est europeo, nella famigerata Siberia super-popolata dai dissidenti curati nei “gulag” come matti irrecuperabili, nella Cuba di Fidel Castro; in Sud America per i mostruosi crimini dei terroristi "Tupamaros" e "Montoneros" che eguagliavano le follie assassine delle nostre "Brigare rosse", sequestrando e ammazzando anche industriali italiani;in Africa e in Asia centrale per atrocità spaventose (missionari cattolici assassinati nell’esercizio del loro preziosissimo  lavoro assistenziale, bambini venduti per spaccio di organi o per essere utilizzati come cavie in sperimentazioni scientifiche); in India per raccontare a puntate la straordinaria vita diuna delle più grandi benefattrici dell'umanità, madre Teresa di Calcutta, oggi santa. 

 

          Ed anche, pensate un po', in un isolotto sperduto nel Sud Pacifico, Pitcairn, a 1000 miglia dalla polinesiana isola di Pasqua e 1.600 dalla Nuova Zelanda (quasi due giornate di navigazione in battello, con partenza dalla capitale neozelandese Wellington) per incontrare i quarantacinque discendenti dei leggendari ammutinati del "Bounty" che nel 1789 si erano rifugiati su quello scoglio arido e disabitato, ignorato allora anche dalle carte nautiche, per non rischiare di essere scovati dalla polizia inglese e finire impiccati in piazza a Londra. Da un continente all’altro, con la valigia sempre pronta: è questo il fascino (davvero esaltante, ma non senza sacrifici e fatiche, chiaramente) dell’inviato di un grande giornale.

 

          Andai a Hollywood la prima volta nel 1987 per il centenario della sua fondazione come nucleo urbano (quello per la nascita dalla "Mecca del cinema" si celebrerà vent’anni dopo, nel 2007, per il centenario dell’arrivo della prima macchina da ripresa). “Ma dei festeggiamenti e delle passerelle”, mi spiegò allora  il direttore Mayer, “non è il caso che ci occupiamo più di tanto: bastano poche righe e qualche foto, per quelle. Ai nostri lettori interessano assai di più le storie. Quello che c’è dietro le passerelle: favole e drammi, follie e miserie, sogni, amarezze, disperazione. Puoi cominciare con la bella favola della fondatrice di Hollywood e andare avanti con i divi. Ne faremo una serie di puntate: sei, dieci, anche una dozzina...”.

 

           Mi occupai poco delle passerelle. Raccontai la favola di Daeida Wilcox, giovane e fantasiosa moglie di un anziano e ricco uomo d’affari del Kansas, che arrivò in quella “valle arida e senza vita” in calesse, convinse il marito a comprare tutto quello che c’era da comprare per farne una “valle dei sogni”, costruì la sua villa (battezzata "Hollywood", da wood ed holly, bosco di agrifoglio) e poi il grande villaggio che con questo nome diventerà famoso (ma al cinema lei non pensava affatto: cercherà anzi in tutti i modi di impedire la invasione dei cinematografari). E passai subito alle storie che favole non erano (e non sono). Dietro la facciata della grande “Babilonia di cartapesta”, c’era ben altro: le inquietudini, le miserie di un mondo falsamente dorato, abiettezze e follie, facili carriere conquistate sul divano di un produttore e rovinose cadute, suicidi, morti misteriose. L’altra Hollywood, insomma: una realtà drammatica (al contrario di quella che appariva sugli schermi), amara e terribilmente vera.

 

          “Quando a Hollywood arrivammo noi”, raccontava il regista Cecil B. de Mille, “molti dei candidi ed esaltanti sogni della signora Wilcox andarono in frantumi. Eravamo gentaglia, noi del cinema, una massa di falliti sociali, gangster nel cuore, rotti a tutti i trucchi del sopravvivere: falliti nella vita col pallino della macchina da presa, pronti a sfruttare il nuovo mezzo per fabbricare sogni e quattrini. Dov’era la gente raffinata, elegante e aristocratica, che Daeida Wilcox aveva immaginato per la sua valle dei sogni? Un circo sguaiato, spregiudicato e violento, ecco quello che eravamo: una banda di farabutti, ammalati di sesso, ignoranti, presuntuosi, rozzi e volgari, cinici, viziosi, ignobili ...”.

 

          Sapevamo, certo, di quel mondo: ne abbiamo avuto la conferma proprio nell’anno delle celebrazioni del centenario. Hollywood era letteralmente invasa da libri-scandalo, biografie scottanti (autorizzate e non), rivelazioni esplosive su peccati e peccatori, produttori, registi famosi, dive arrivate alla celebrità e starlet disposte a tutto per arrivarci: gli scandali esplodevano con lo stesso fragore dei fuochi d’artificio che esaltavano fasti e trionfi. Mi colpì una frase, inquietante nella sua inquieta e disperante ingenuità, pronunciata poco prima di morire con i barbiturici dalla diva più famosa e infelice di quegli anni, Marilyn Monroe: “Hollywood è un posto dove si pagano milioni di dollari per un corpo e cinquanta cents per l’anima: io avrei rinunziato a molti dei miei guadagni, per guadagnarmi il rispetto dell’anima”.

 

          Scrissi da Hollywood le prime puntate e andai dall’altra parte dell’America, sull’Atlantico, per parlare con la perpetua di una parrocchia cattolica di Portsmouth, nel New Hampshire. Una perpetua dal nome famoso: Betty Hutton, nota a quelli della mia generazione come la ”bionda incendiaria” di Hollywood. Sessantaseienne, una bellezza non del tutto sfiorita, tre matrimoni e vari amanti alle spalle, viveva a Portsmouth da quattordici anni: si occupava delle pulizie della parrocchia, teneva in ordine la piccola chiesa dedicata a Sant’Antonio da Padova, e la domenica preparava da mangiare per i poveri del quartiere.

 

           “La mia vita è in questa comunità”, mi disse. “Ho lasciato ai miei due figli tutto quello che avevo guadagnato con il cinema, dando l’addio definitivo ad un mondo che, con la ricchezza, mi aveva dato anche l’infelicità. E adesso sono qui, povera e felice: posso aiutare tanta gente che ha bisogno di me. Avendo abbracciato la religione cattolica, dopo essere cresciuta in una famiglia protestante, avrei potuto chiudermi in un convento, isolata da tutto e da tutti, dedicarmi alla meditazione, alla preghiera. Ho preferito restare nel mondo, tra la gente: per lavorare, per aiutare chi soffre. So che cosa significa la sofferenza, la disperazione. Anch’io, dopo l’ebbrezza del successo, mi sono trovata sola e disperata. C’è stato, per mia fortuna, chi mi ha dato una mano, chi si è preso cura di me, indicandomi la strada giusta per tornare a vivere: un prete cattolico, il reverendo James Hamilton, e l’ho seguito nella sua parrocchia, finalmente felice“.

 

          Restai in America un paio di settimane e ci ritornai altre volte. Al nostro giornale ed ai moltissimi lettori quelle storie interessavano tanto: storie vere, purtroppo, che la grande “Mecca del cinema” ed i suoi cantori ufficiali disdegnavano o facevano finta di ignorare. Incontrai altre dive del passato: emarginate ma serene come Betty Hutton; uscite da esperienze terribili, alcol, droga, come Jean Simmons (“E’ stata la mia amica Liz Taylor a salvarmi dall’inferno”, mi confidò). Ed altre, più avanti con gli anni ed ancora impettite, orgogliose dei loro successi passati e recenti come dei loro amori (Bette Davis, Barbara Stanwyck, Jane Wyman ex signora Reagan), delle loro follie d’alcova (Maurreen O’Hara, Jane Russell, Joan Fontaine).

 

          Maureen O’Hara, la “rossa” d’Irlanda, indimenticabile Esmeralda nel famosissimo "Notre Dame" con Charles Laughton, accusata dai cronisti del settimanale scandalistico "Confidential" di essersi abbandonata ai giochi erotici con uno dei suoi amanti anche in una sala cinematografica aperta al pubblico, andava fiera non soltanto dei suoi infuocati amori (tre mariti ed un numero imprecisato di amanti), ma anche di aver vinto in tribunale la causa per diffamazione intentata al ricco e spregiudicato padrone di quel diffusissimo settimanale, Robert Harrison, il più potente, temuto e odiato editore degli Stati Uniti d’America, contribuendo così, in maniera decisiva, a distruggerlo anche economicamente, oltre che professionalmente.

 

          La bellissima Jane Russell, rivale bruna di Marilyn Monroe in "Gli uomini preferiscono le bionde", mi parlò con estrema benevolenza del suo grande ex amante Howard Hughes, il più ricco, estroso e stravagante produttore di Hollywood, il quale, prima di chiudersi in un lussuosissimo e super-protetto "bunker" in cima ad un grattacielo di Los Angeles (dal quale, evitando qualsiasi rapporto umano anche con i più stretti collaboratori per il timore di essere contagiato dal “virus del mondo”, continuava a dirigere il suo immenso impero finanziario), le aveva lasciato in dono un generosissimo contratto che era una sorta di rendita vitalizia: mille dollari alla settimana per vent’anni, somma cospicua per l’epoca, come compenso per sei film da interpretare (trascrivo testualmente) “in tempi e con modalità da stabilire di volta in volta, previo gradimento da parte dell’attrice sia per la scelta del copione e della sceneggiatura che per i nomi dei registi e degli altri interpreti”.

 

          Lei, diva osannata ma non di eccelsa bravura (lanciata a 19 anni dal suo produttore-amante con un battage pubblicitario senza precedenti con un filmetto dal titolo insignificante, "Il fuorilegge", modificato prima dell’uscita sugli schermi con l’eccitante "Il mio corpo ti scalderà" e la foto della protagonista seminuda in tutti i manifesti accanto al bandito ferito), incassò la paga pattuita, a norma di contratto, fino al termine del ventennale impegno, anche se né il suo ex amante Hughes (nei dieci anni che gli restarono da vivere nel suo “eremo” in cima al grattacielo) né gli eredi dell’eccentrico e munifico produttore le diedero mai un copione da leggere (e lei, sposatasi e con figli da allevare, si guardò bene dal chiedere, preferendo la vita di moglie e madre a quella di attrice).

Gaetano Saglimbeni all'aeroporto di Pechino con la inseparabile macchina da scrivere che con lui ha fatto più volte il giro del pianeta Terra
Gaetano Saglimbeni all'aeroporto di Pechino con la inseparabile macchina da scrivere che con lui ha fatto più volte il giro del pianeta Terra

         La diva Joan Fontaine (lei sì, molto brava oltre che bella),  era arrivata a Hollywood come sorella minore dell’attrice Olivia De Havilland e la sopravanzerà in successo vincendo l’Oscar nel 1941 come protagonista de "Il sospetto" di Alfred Hitchcock, con la cui regia interpreterà anche "Rebecca, la prima moglie" e un episodio del film "L’ora di Hitchcock"). Più che movimentata, a 71 anni,  la sua vita  sentimentale, con quattro divorzi alle spalle.  “I mariti mi hanno sempre annoiata e mi annoiano, gli amanti no”, mi spiegò. “Vivo da sola, ma ho tanti amici anche adesso”, volle anche precisare. “Uno per giocare a golf, uno per andare a teatro, un altro per girare il mondo, e un quarto per i deliziosi week end in montagna”

 

       La vecchia Hollywood era ancora lì, con le sue impennate divistiche, bizzarrie, trasgressioni. I libri del centenario erano pieni delle avventure d’alcova di celebri ammaliatrici dello schermo e divoratrici di uomini nella vita, da Jean Harlow a Marilyn Monroe. Finite entrambe tragicamente: la “bambola al platino” Harlow (la Marilyn Monroe degli anni Trenta), seviziata dal marito impotente, un produttore intellettuale, e morta dopo atroci sofferenze a 26 anni, “sepolta viva” in casa per tre settimane (ammalata di nefrite) dalla madre che, seguace di una setta religiosa, si era rifiutata di chiamare un medico; e la grande e infelice Marylin, suicida con i barbiturici, a 36 anni. Ma erano anche pieni,  quei libri, delle stravaganze e follie d'alcova di tante altre dive popolarissime, figure non meno emblematiche della seduzione, bollate da valanghe di rivelazioni scottanti sulla loro ambigua sessualità.

 

           Greta Garbo? “Gli uomini, quelli veri, li ha sempre odiati: adora gli omosessuali e le donne”, avevano già scritto di lei. E di Marlene Dietrich, la sensualissima Lola-Lola di "Angelo azzurro", il film che le diede la celebrità: “Una Saffo del secolo ventesimo, grande vestale del lesbismo americano”. Tra le poche a difendere l’onore della vecchia guardia, Joan Crawford, che (a sentire amici e biografi) restò “femmina fino agli ultimi istanti di vita”. E la vezzosa Elizabeth Taylor che, pigolando amabilmente ben oltre i sessant’anni, arrivò ad un passo dal record di matrimoni detenuto da Zsa Zsa Gabor con nove, fermandosi a quota otto, alla pari con  Stan Laurel (il popolarissimo Stanlio), il “piccoletto” Mickey Rooney, primo marito di Ava Gardner, ed il clarinettista Artie Shaw, secondo marito della Gardner: c’è da ricordare però, per onor di precisione, che agli otto matrimoni di Stan Laurel, Mickey Rooney e Artie Shawc corrispondevano otto mogli, mentre per Liz Taylor, con otto matrimoni, i mariti erano solo sette, avendo lei sposato due volte lo stesso uomo, Richard Burton.

 

            Vacillavano (o erano già crollati) anche i miti dei grandi seduttori dello schermo. Cary Grant? “Eccitante in smoking, elegantissimo in vestaglia, deludente in pigiama, una frana sotto le lenzuola”, rivelò la seconda delle cinque mogli, Barbara Hutton, ricchissima ed irrequieta ereditiera che diventerà famosa anche come collezionista di mariti (sette). E Rodolfo Valentino, il bellissimo e adorato Rudy del cinema muto, latin lover italico di Castellaneta, super-maschio dalle narici frementi di passione nel film "Lo sceicco bianco": “Un dandy incipriato, nient’altro che un piumino rosa”.

 

             Rok Hudson se n’era andato da poco, morto di Aids: anche lui super-maschio sullo schermo, “piumino rosa” nella vita (ma nessuno aveva mai sospettato nulla, neppure le famose “pettegole” di Hollywood). Liz Taylor lo aveva baciato a lungo, sul set, forse anche amato. Lei aveva amato pure Montgomery Clift (Monty, per gli amici), che la sua omosessualità l’aveva sempre ostentata, forse per mascherare la impotenza sessuale che era il suo vero dramma. “Volevo salvare quel ragazzo, bello e infelice”, dirà la serafica Liz. Anche Marilyn, innamoratissima dell’infelice Monty, voleva salvarlo (e salvare, probabilmente, se stessa).

 

           Lo star-system non amava, allora, gli omosessuali: li tollerava. Produttori e registi, scenografi e costumisti potevano anche esibire la loro “diversità” ; gli attori, no. Il divo, per essere tale, doveva piacere, anzitutto, alle donne. Hollywood, nei suoi anni d’oro, puntò sui “duri” dal fascino irresistibile: John Wayne, Clark Gable, Humphrey Bogart, Errol Flynn. Grandi amatori, certo; ma erano spesso i press agent delle case cinematografiche a inventare, per loro, girandole di amanti. Ed a volte bastava una insinuazione, il rancore di una amante abbandonata o la vendetta di un produttore, per smontare un idolo e rovinarlo professionalmente. Ci provarono anche con Errol Flynn, sospettato (proprio lui) di omosessualità: il popolarissimo "capitan Blood" dello schermo, che la sua fama di grande seduttore se l’era conquistata anche nei tribunali (trascinatovi dalle ragazze sedotte che avrebbero voluto sposarlo) aveva poi messo tutti a tacere morendo sul tappeto di una camera d’albergo, a 50 anni, mentre faceva l’amore con l’ultima delle sua conquiste, una sedicenne.

 

            Aveva fama di grande amatore anche il buon Gary Cooper, ex cow-boy del Montana. “Il mio splendido e possente stallone”, proclamava la “rossa” Clara Bow che lo ospitò a lungo nel suo letto girevole, sul quale era solita misurare le vertigini amorose di amici e conoscenti. Gary era la “faccia buona dell’America”, lo “spilungone dal cuore d’oro”, felicemente sposato ma facile alle “vertigini”, o più semplicemente alle cotte: non smise fino ai sessant’anni di allungare le mani (come aveva sempre fatto) sulle giovanissime partner, il popolarissimo interprete di "Addio alle armi" e "Per chi suona la campana", per nulla turbato dai sonori ceffoni che s’era preso in gioventù (ed anche quando era già avanti con gli anni) dalle deliziose, amabilissime compagne di lavoro Ingrid Bergman, Grace Kelly e Audrey Hepburn.

 

          Non si esaurì nelle dieci-dodici puntate fissate inizialmente dal direttore, la serie delle mie “storie hollywoodiane”: andò avanti per tre anni, settimana dopo settimana. Con i divi superstiti della vecchia Hollywood, parlammo anche di quelli che non c’erano più: testimonianze e ricordi non sempre affettuosi, spesso impietosi, con sfumature dall’agro-dolce al veleno.

 

         Andai a Londra a intervistare la famosissima “maja desnuda” Ava Gardner, grande collezionista di mariti (tre) ed amanti (numero imprecisato), con predilezione assoluta per i toreri (tre). “Me lo chiedono speso, i romanzieri degli amori hollywoodiani, quanti sono stati esattamente i miei amanti”, mi rispose nel 1986, a 64 anni, “ma quando si è giovani e con tanta voglia di amare, come l’avevo io, non si pensa a tenere il conto: si pensa soltanto a soddisfare quella che il mio amico Fernando Rey definiva voracità d’amore”. Ed aggiunse, con un sorriso pieno di nostalgiche rimembranze e un pizzico di amarezza: “I guai nascono quando la voracità si placa o scompare del tutto: ti accorgi allo del vuoto che ti resta dentro. Dove sono finiti gli uomini che hai avuto? Restano gli amici, per fortuna: i miei mariti sono certamente tra questi”.

 

            Mi fece un nome, su tutti: Frank Sinatra, “il più affettuoso (anche se litigavamo spesso, prima, durante e dopo le nozze), un uomo di grande generosità”. Mi disse un gran bene anche, tra gli amanti, del nostro Walter Chiari, che la inseguì per mezzo mondo, nei panni di un innamoratissimo Pierrot infelice. Si amarono per un anno, da un Natale all’altro: lei aveva 33 anni, lui 31. Ma il carissimo Walter, ancora innamorato cotto, continuò a inseguirla, persino in Australia, portando in valigia un vassoio avvolto nella stagnola, con dentro “le pizzette e focacce di Roma, che tanto piacevano alla carissima Ava”. Nel cuore di lei c’era Alfredo Leal, il terzo torero della serie (dopo Mario Cabre e Luis Miguel Dominguin). Si infransero così, definitivamente, i sogni del povero Walter. “Mi ha regalato uno splendido flirt, nient’altro”, mi confidò la diva, “ma lo ricordo sempre con tanta tenerezza”.

 

             Nella mia Taormina, anche come capo dell’ufficio stampa della Rassegna del cinema (oltre che da giornalista), ebbi la possibilità di incontrare alte dive popolarissime, da Marlene Dietrich a Ingrid Bergman, Rita Hayworth, Joan Crawford, Liz Taylor, Susan Hayard, Lana Turner, Audrey Hepburn, Ester Williams, Julie Christie; ed i loro colleghi Gregory Peck, Cary Grant, Glenn Ford, Van Heflin, Anthony Quinn, Burt Lancaster, Charlton Heston, Anthony Perkins, Jack Nicholson. C'era mezza Hollywood al teatro greco di Taormina, negli anni Sessanta, per la famosissima "notte delle stelle" con la consegna dei premi David di Donatello (l'Oscar europeo). Una autentica festa del cinema, in uno scenario tra i più suggestivi al mondo (esaltato spesso dal fuori-programma di spettacolari eruzioni dell'Etna, come  nella serata dedicata a Liz Taylor e Richard Burtonin), con tanta cordialità e divi ben disposti alle confidenze.

 

            “Quando ero ancora una giovane attrice”, mi raccontò la ex spogliarellista di taverna Joan Crawford (che morirà a 69 anni sulla prestigiosa poltrona manageriale di presidente della "Pepsi Cola" avuta in eredità dall’ultimo dei quattro mariti), “provavo un gusto matto a rubare gli sposi alle mie amiche, soprattutto alle mie colleghe. Farmi odiare, insultare dalle mogli tradite era per me una sorta di divertimento. E più erano tronfie, sicure di sé, della loro bellezza, del loro fascino, della loro presunta intelligenza, più io mi incaponivo a stuzzicare i loro amatissimi uomini fino a farli crollare completamente ai miei piedi. Ma non per sposarli: mariti ne ho avuto quattro e mi sono bastati. Solo per il mio orgoglio di donna, per vendicarmi di certi apprezzamenti disgustosi che le grandi signore di Hollywood continuavano a fare sulle mie origini di ballerina di taverna, su un passato che io non avevo mai fatto nulla per nascondere e del quale non mi sono mai vergognata”.

 

            Bel caratterino, la Crawford: con il suo fascino e la sua determinazione poteva fare questo e altro. “Vendette d’alcova”, le definivano le celebri “pettegole” di Hollywood, dalla mitica Elsa Maxwell a Hedda Hopper. Ed erano quelle le storie che più affascinavano i lettori, in quegli anni: in America come in Italia ed in tutto il mondo. Ne ho fatto poi cinque libri, delle storie più interessanti che avevo raccontato per anni sul settimanale "Gente": "Divi, divine e divani-alcova", "Splendori e miserie della vecchia Hollywood"), "Dal vostro inviato, in giro per il pianeta Terra""I grandi amori della storia", "I grandi amori della letteratura e dell'arte" (scrittori, musicisti, pittori famosi, con le loro appassionatissime lettere alle amate, intrise anche di menzogne e crudeltà, propedeutiche spesso a tuffe clamorose: alla D'Annunzio, per intenderci).

 

             Folto e ben rappresentato l’elenco dei grandi amori della storia: dalla italiana contessa di Castiglione, inviata a 19 anni da Cavour e Vittorio Emanuele II a Parigi per sedurre l’imperatore Napoleone III e convincerlo ad allearsi con l’Italia nella guerra per l’indipendenza dall’Austria, alla Pompadour ed alla Du Barry, entrambe “favorite di Luigi XV; alla contessina polacca Maria Walewska, “patriota d’alcova” come la Castiglione, spinta dal conte marito tra le braccia del grande Napoleone Bonaparte per tentare di convincerlo a liberare la sua patria dalla occupazione straniera (fallirà la nobilissima "missione", ma lei si innamorerà davvero dell’imperatore e partirà con lui da Varsavia per Parigi, dandogli pure un figlio); alla più grande “arrampicatrice sociale” dell’era moderna, la ex cameriera di taverna inglese che diventerà famosa come Lady Hamilton e darà poi una figlia all'ammiraglio Orazio Nelson, dopo aver esercitato il suo fascino nefasto sulla corte dei Borboni a Napoli, ispirando alla regina (sua amica “intima”) la feroce repressione che portò all'impiccagione del principe Francesco Caracciolo, per ani ammiraglio della flotta navale del Regno).

 

          Andavano molto bene i grandi personaggi della storia sui settimanali di quegli anni: la contessa di Castiglione e la Pompadour, Maria Walevska e Lady Hamilton, con le loro infuocate e inquietanti storie di alcova, alzavano e non di poco le tirature. Il materiale, certo, non mancava: all'archivio storico di Torino ero riuscito (non senza fatica) a mettere le mani sui diari segreti che l'affascinante contessa fiorentina Virginioa Elisabetta Oldoini aveva registrato scrupolosamente dopo ogni prestazione a letto con il "sanguigno" re Vittorio Emanuele II prima della partenza per Parigi e poi con il "focosissimo" Napoleone III. Diari  "scottanti" (pr la politica e la storia, non soltanto per la morale del tempo) di un personaggio divenuto poi "scomodo e ingombrante" a missione compiuta, che l'ingegnoso Cavour non riuscì in nesssun modo a distruggere: in possesso degli eredi della contessa, acquistati all'asta dalla Repubblica italiana dopo la caduta della monarchia, saranno tenuti sotto chiave per decenni dai super-zelanti cultori di storia risorgimentale.

 

         E l'l'interesse dei lettori era chiaramente a quei diari. Voglio soltanto ricordare che contessina Virginia aveva uno strano modo di registrare nei diari i suoi incontri d’amore. Li segnava con una "b" se il rapporto si era limitato a semplici baci, con una "bx" se le effusioni si erano spinte oltre ma non a letto, con una "f" se il rapporto era stato completo, a letto. E per l’ultimo incontro con il sovrano "amante insazianile" Vittorio Emanuele II, prima della partenza per Parigi, annotò due "f". Parecchie le doppie "f" anche nei suoi rapporti con l'imperatoe di Francia, per arrivare a strappargli il "sì" che Cavour ed il sovrano dell'allora regno di Piemonte e Sardegna attendevano con ansia per l'allenza contro l'Austria.

 

              Ma i miei carissimi direttori, debbo anche ricordare, si divertivano ad immischiarmi in fatti di cronaca tra i più esilaranti e paradossali, soprattutto quando ne era protagonista gente della mia terra, la Sicilia. “Chi meglio di te può capirli, i siciliani”, non facevano che ripetermi. E il divertimento, lo ammetto, era anche mio: mi intrigavano moltissimo, nel non facile mestiere di raccontare la vita, i sanguigni, fantasiosi e pittoreschi personaggi della mia Sicilia, che si scalmanavano, si azzuffavano, si disperavano, sghignazzavano e si esaltavano sul grande palcoscenico della vita, in una vulcanica esplosione di retorica dei sentimenti, isterismi di massa, fanatismi religiosi, sesso e verginità, falsi moralismi, vecchi tabù e stupidità senza tempo.

 

             Rileggo quegli articoli dopo decenni e l’impressione che ne traggo (se ne trae, credo) è di uno “spaccato d’epoca” sapido e intrigante, non sempre gioioso purtroppo, ma pieno di sanguigno humus di vita, raccontato da un osservatore che (tengo molto a dirlo) non ha mai amato le mezze verità. Ho raccontato tutto, io, proprio tutto: nella mia Sicilia, come a Hollywood, in Cina, in Siberia, a Cuba, in Africa, in Asia, in Sud America, in Canada. Con grande rispetto per la verità, certamente, con l’equilibrio e la serenità di giudizio che la professione impone; ma anche con la gioia (davvero incontenibile) di scoprire e di emozionarsi, per far  partecipi poi i lettori di quelle emozioni.

 

            Provare emozioni nello scoprire, certo, per trasmetterle poi ai lettori raccointando. "Per un giornalista", non si stancava di ripetere il giornalista-editore Edilio Rusconi a noi giovani redattori e inviati dei suoi settimanali e periodici, "è la dote più esaltante, che può nascere e nassce soltanto dalla passione e dall'entusiasmo che mette nel suo lavoro". Parole sagge, che dovrebbero far riflettere su un certo modo di far giornalismo oggi, così dverso da quello deii grandi inviati del passato (da Luigi Barzini senior al grande Indro Montanelli, alla geniale e assolutamente inimitabile Oriana Fallaci). "Il giornalista", ci spiegava Rusconi, "deve prenderli per mano, i suoi lettori, e far loro toccare con mano quello che è accaduto. C'è un fluido magico che lega il giornalista ed il lettore, una avvincente catena di emozioni che nasce nel cronista dal piacere della scoperta e prosegue poi per entrambi al momento del racconto, con la risposta a tutti i perché (nessuno escluso) che il lettore si pone".

 

           Sì, il buon giornalismo è questo: nella risposta che riusciamo a dare ai tanti perché (più che legittimi) psti da chi ci legge. Guai a lasciarne uno solo senza rfisposta:  c'è per noi il rischio di perdere la credibilità. E' nostro dovere spiegare, spiegare, spiegare, con estrema chiarezza: niente paroloni, frasi contorte che nessuno riesce a comprendere, intessute (assai spesso) di arzigogoli intellettualisticii che con il giornalismo non hanno nulla, proprio nulla a che vedere. "I nostri articoli devvono essere compresi dalle brave massaie e interessare piacevolmente il professore universitario", lo slogan del giornalista-editore Edilio Rusconi. E queste sagge parole, io nel mio piccolo, da vecchio pensionato del giornalismo, le ripeto spesso come raccomandazione ai figli e nipoti dei miei vecchi amici che progettano o semplicemente sognano di poter intraprendere questa affascinante e non facile professione.

 

           Mi fanno tante domande, questi ragazzi: sulla propfessione e su quelle che sono state le emozioni più forti che ho vissuto da giornalista. Le ricordo volentieri. L'incontro con Deng Xiao-ping, uomo forte del regime nella Cina del dopo Mao. E' stato quello il tè più gustoso (e importante) della mia vita, servito da camerieri in giubba rossa e guanti bianchi con il sorriso stampato sulle labbra, nelle austere sale della Assemblea del Popolo di Pechino: tra le colonne in marmo di quel palazzone coperto da ceramiche gialle e verdi invetriate (eretto nel 1959 in un tempo record di dieci mesi sulla Tien-an-men, la mitica piazza della Pace celeste, per celebrare il decimo anniversario della Repubblica popolare cinese), c’era una bella fetta di storia del mondo moderno, e non soltanto di quello comunista, sempre cupo e opprimente, anche se proprio in quegli anni cominciava ad aprirsi al mondo occidentale.

 

           Altra emozione, di una tragicità angosciante, l’ho vissuta in Siberia, ad una ventina di chilometri delle rive del lago Baikal, ghiacciato per molti mesi dell’anno, davanti alle inferriate ed ai capannoni arrugginiti del “gulag” in cui lo scrittore  Aleksandr Solgenitsin trascorse, con tanti suoi colleghi dissidenti, i durissimi anni della sua prigionia sotto il comunismo sovietico. E la terza a Hollywood, non meno angosciante, quando mi sono trovato tra le mani i diari segreti di Marilyn Monroe, la più acclamata e infelice diva del cinema americano, suicida con i barbiturici a 36 anni.

 

          Diari della "disperata solitudine” di una diva ammaliante, ricca e famosa (“il più bel corpo di Hollywood”, per il re delle alcove Clark Gable). “Ma la bellezza”, scriveva lei, “è come il caviale: ottimo, gustosissimo, se hai ben altro a tavola. A mangiare solo quello per un paio di giorni, ti verrebbe il voltastomaco. Di solo pane si può vivere, di solo caviale no”. Lei, che del caviale-bellezza-celebrità-ricchezza si era a lungo cibata, aveva bisogno di pane e di tante altre cose per vivere: di affetto, soprattutto. E fu quello che le mancò, purtroppo.

 

              Era una donna sola, terribilmente sola. L’ultimo dei tre mariti, il commediografo Arthur Miller, l’aveva abbandonata da qualche anno. Anche gli amanti l’avevano abbandonata. Ultimi, i fratelli John e Robert Kennedy, l’uno presidente degli Stati Uniti, l’altro ministro per la Giustizia. E con loro, gli uomini più influenti del clan Kennedy, a cominciare dal Frank Sinatra che l’aveva adorata. Per le sue inquietudini, le sue debolezze, e quel disperato bisogno di affetto che non riusciva in nessun modo a placare, la “donna-bambina” Marilyn era diventata per gli ex amanti un personaggio scomodo, ingombrante, forse anche pericoloso (per le grandi carriere politiche).

 

             “Non piangere, bambola mia, ora ti prendo e ti cullo nel sonno… Aiuto, aiuto, aiuto, sento la vita avvicinarsi, mentre tutto quello che voglio è morire…“, leggiamo in uno dei biglietti che la polizia trovò nel cassetto del comodino della diva, in camera da letto. Drammatico il suo appello ai potenti che avevano avuto il suo corpo: “Perché la mia anima vi fa orrore, come gli occhi delle rane sull’orlo dei fossi? Quel che ho dentro nessuno lo conosce, ho pensieri bellissimi che pesano come una lapide. Vi supplico, fatemi parlare”. Nessuno, purtroppo, si preoccupò della sua anima. Gli amanti e l’ultimo dei tre mariti usarono il suo corpo, lo sfruttarono, per poi buttarlo via, come un limone spremuto. Se ne andò così, sola e disperata, la diva più acclamata e infelice di Hollywood.

 

              Whytney Snyder, il suo truccatore personale, consegnò alla polizia una lettera dell’amicai Marilyn, scritta qualche mese prima della morte: ”Al mio carissimo Whytney, finché sono ancora calda, per ricordarti di venire a trovarmi quando sarò morta. Giurami che mi farai bella”. Un ultimo cedimento della diva all’orgoglio della sua bellezza, che avrebbe voluto mantenere anche per l’ultimo viaggio. Ma la polizia di Los Angeles, al truccatore Whytney, non consentì neppure di vedere la salma sul marmo dell’obitorio. Debbo confessarlo, mi sono commosso fino alla lacrime nel leggere per la prima volta quei drammaticissimi diari. Capita anche ai giornalisti di scoprirsi i lucciconi agli occhi, quando le emozioni sono vere, autentiche.

 

             Benvenuti nel mio sito web, amici lettori. Spero, a 82 anni, di poter condividere con voi altre emozioni: questa volta con i miei libri, dopo quelle che ho vissuto e condiviso con voi da giornalista in giro per il pianeta Terra.

 

                                                               Gaetano Saglimbeni

 

                                                                                     

In giro (da un continente all'altro) per raccontare il grande "teatro della vita"

 

          Un inviato del settimanale "Gente" nel grande "teatro della vita", con i suoi drammi, disastri, follie politiche, eccidi terroristici, assurdità, passioni, ossessioni, stravaganze, grandi amori, gioie e dolori, splendori e miserie, le mille contraddizioni di quello che per il siciliano Pirandello era il “tragico grottesco quotidiano”. 

 

         Vent'anni con la valigia sempre pronta, saltando da un continente all'altro, per scrivere dei divi del cinema a Hollywood e di comunismo in Cina, a Cuba, nei Paesi dell'Est europeo; del "gulag" di Solgenitsin in Siberia e del felice esilio super-lavorativo del Solgenitsin premio Nobel per la Letteratura negli Stati Uniti; di sommosse popolari in Africa e terrorismo in Medio Oriente; di "desaparecidos" in Argentina e "Tupamaros" in Uruguay; di missionari assassinati nelle loro comunità assistenziali in Africa e di bambini venduti e orribilmente mutilati per il famigerato mercato nero di organi; di Olimpiadi in Canada ed a Mosca e mondiali di calcio in Germania, Argentina, Spagna; di terremoti, inondazioni, disastri aerei e di tante altre cose: cinema, teatro, lirica, balletti, canzonette (quando il festival di Sanremo era una cosa seria).

 

         In queste pagine, le immagini più significative di una "avventura" non facile, estremamente rischiosa, ma esaltante, legata ad un mestiere che è sempre stato ed è tra i più affascinanti, per le vecchie generazioni come per le nuove.

 

Il giornalista Gaetano Saglimbeni, inviato del settimanale "Gente", a Pechino sulla Muraglia cinesela, durante la visita di Stato del presidente della Reoubblica italiana Sandro Petini del 1980.
Il giornalista Gaetano Saglimbeni, inviato del settimanale "Gente", a Pechino sulla Muraglia cinesela, durante la visita di Stato del presidente della Reoubblica italiana Sandro Petini del 1980.
Gaetano Saglimbeni con l'interprete cinese che lo ha accompagnato per l'intera visita di Stao del presidente Pertini da Canton a Hong Kong, durata tre settimane.
Gaetano Saglimbeni con l'interprete cinese che lo ha accompagnato per l'intera visita di Stao del presidente Pertini da Canton a Hong Kong, durata tre settimane.
Gaetano Saglimbeni (al centro) a Hanzhou, la "Venezia della Cina", accanto al presidente Sandro Pertini (a destra) che quel giorno festeggiava il suo ottantaquattresimo cmpleanno; a sinistra, Giuseppe Zamberletti, allora sottosegretario agli Esteri.
Gaetano Saglimbeni (al centro) a Hanzhou, la "Venezia della Cina", accanto al presidente Sandro Pertini (a destra) che quel giorno festeggiava il suo ottantaquattresimo cmpleanno; a sinistra, Giuseppe Zamberletti, allora sottosegretario agli Esteri.
Gaetano Saglimbeni a Mosca sulla a Piazza rossa, nel lontano 1972:  è stato quello il primo di una serie di viaggi di lavoro nella Unione sovietica comunista.
Gaetano Saglimbeni a Mosca sulla a Piazza rossa, nel lontano 1972: è stato quello il primo di una serie di viaggi di lavoro nella Unione sovietica comunista.
 Il giornalista Gaetano Saglimbeni, inviato del settimanale "Gente", nella Cuba di Fidel Castro, nel 1978.
Il giornalista Gaetano Saglimbeni, inviato del settimanale "Gente", nella Cuba di Fidel Castro, nel 1978.
Gaetano Saglimbeni a Cuba sulla terrazza della famosa villa di Ernest Hemingway, dove lo scrittore americano si uccise con un colpo di fucile alle testa nel 1961, a 62 anni.
Gaetano Saglimbeni a Cuba sulla terrazza della famosa villa di Ernest Hemingway, dove lo scrittore americano si uccise con un colpo di fucile alle testa nel 1961, a 62 anni.
Gaetano Saglimbeni con una hostess argentina nella tribuna stampa dello stadio di Buenos Aires, durante i mondiali di calcio del 1978.
Gaetano Saglimbeni con una hostess argentina nella tribuna stampa dello stadio di Buenos Aires, durante i mondiali di calcio del 1978.
Gaetano Saglimbeni in Canada per le Olimpiadi di Monreal. Era il 1976 ed aveva 44 anni.
Gaetano Saglimbeni in Canada per le Olimpiadi di Monreal. Era il 1976 ed aveva 44 anni.
Gaetano Saglimbeni a Irkusk, una cittadina della Siberia meridionate che era stata interamente distrutta da un terremoto e ricostruita a tempo di record.
Gaetano Saglimbeni a Irkusk, una cittadina della Siberia meridionate che era stata interamente distrutta da un terremoto e ricostruita a tempo di record.
Gaetano Saglimbeni con la moglie (che lo accompagnava spesso anche nei viaggi di lavoro) in Siberia, sulle rive del lago Baikal, gelato da gennaio a maggio; a pochi chilometri dal lago, il "gulag" in cui fu rinchiuso per asnni  il dissidente Solgenitsin.
Gaetano Saglimbeni con la moglie (che lo accompagnava spesso anche nei viaggi di lavoro) in Siberia, sulle rive del lago Baikal, gelato da gennaio a maggio; a pochi chilometri dal lago, il "gulag" in cui fu rinchiuso per asnni il dissidente Solgenitsin.
Tra le catapecchie del "gulag" in Siberia, dove lo scrittore Solgenitsin trascorse molti anni per essere curato come "pazzo" dagli psichiatri del regime comunista. In primo piano, Concettina Muscolino, moglie del giornalista Gaetano Saglimbeni.
Tra le catapecchie del "gulag" in Siberia, dove lo scrittore Solgenitsin trascorse molti anni per essere curato come "pazzo" dagli psichiatri del regime comunista. In primo piano, Concettina Muscolino, moglie del giornalista Gaetano Saglimbeni.
Gaetano Saglimbeni, inviato di "Gente"a Hollywood, davanti al famoso "Teatro Cinese" che da quasi un seclo ospita le prime dei film più importanti prodotti nella "Mecca del cinema".
Gaetano Saglimbeni, inviato di "Gente"a Hollywood, davanti al famoso "Teatro Cinese" che da quasi un seclo ospita le prime dei film più importanti prodotti nella "Mecca del cinema".
Il giornalista Saglimbeni in una delle pittoresche isole della Grecia, negli anni in cui seguiva per il settimanale "Gente" il chiacchieratissimo amore tra il miliardario Onassie  e Jacqueline Kennedy.
Il giornalista Saglimbeni in una delle pittoresche isole della Grecia, negli anni in cui seguiva per il settimanale "Gente" il chiacchieratissimo amore tra il miliardario Onassie e Jacqueline Kennedy.
Saglimbeni ad Olimpia, la cittadina greca che nel 776 avanti Cristo ospitò i primi Giochi olimpici della storia.
Saglimbeni ad Olimpia, la cittadina greca che nel 776 avanti Cristo ospitò i primi Giochi olimpici della storia.
Il giornalisa Gaetano Saglimbeni a Gerusalemme, la capitale israeliana che è da decenni al centro della infuocata politica del Medio Oriente.
Il giornalisa Gaetano Saglimbeni a Gerusalemme, la capitale israeliana che è da decenni al centro della infuocata politica del Medio Oriente.
Saglimbeni in Egitto, negli anni in cui gli Stati Uniti ed il mondo occidentale guardavno al suo presidente come ad un possibile ed autorevole mediatore nei sanguinosi scontri tra israeliani e palestinesi.
Saglimbeni in Egitto, negli anni in cui gli Stati Uniti ed il mondo occidentale guardavno al suo presidente come ad un possibile ed autorevole mediatore nei sanguinosi scontri tra israeliani e palestinesi.

Il "Città di Taormina" a Saglimbeni

Il prestigioso premio è stato assegnato per il 2012 al giornalista Gaetano Saglimbeni per la sua attività di scrittore: in particolare, per il libro "Taormina: la storia, i peccati, i grandi amori" che (è scritto nella motivazione)"ci regala pagine sapide e intriganti su un secolo e mezzo di turismo, sui personaggi che lo hanno vissuto da protagonisti, con i loro infuocati amori, bizzarrie, trasgressioni".   

Il giornalista-scrittore Gaetano Saglimbeni, 82 anni, nel suo studio con la statuetta del premio "Città di Taormina": il minotauro, simbolo della città, scolpito in  argento dai tecnici del laboratorio "Le  Colonne"
Il giornalista-scrittore Gaetano Saglimbeni, 82 anni, nel suo studio con la statuetta del premio "Città di Taormina": il minotauro, simbolo della città, scolpito in argento dai tecnici del laboratorio "Le Colonne"


             Il premio “Città di Taormina”, giunto alla quinta edizione, è stato assegnato nel 2012 al giornalista Gaetano Saglimbeni per la sua attività di scrittore. Nato a Taormina il 22 novembre 1932, per dieci anni cronista e redattore della Gazzetta del Sud a Messina, poi a Milano redattore e inviato del settimanale Gente (fino alla pensione), Saglimbeni ha esordito come scrittore nel 1981, a 49 anni, con un libro sulla sua città, Taormina: la storia, i segreti, i baroni, i peccati, le follie, per il quale, nel 1982, gli è stato conferito il premio internazionale “Taormina” come “opera letteraria di interesse turistico”.

 

           Con la sesta edizione del libro, Taormina: la storia, i peccati, i grandi amori (edizioni La Rocca e Sicilia Artistica, pagg. 272, euro 16), arricchita di nuovi capitoli e splendide fotografie di ieri e di oggi (è scritto nella motivazione del premio, firmata dal sindaco Mauro Passalacqua e dal presidente del Consiglio comunale Eugenio Raneri), “il taorminese Saglimbeni regala alla sua città pagine sapide e intriganti che hanno il fascino di uno spaccato d’epoca: accanto alla storia di Taormina (dalla fondazione ad opera dei Greci, nel 358 a,C., alla unità d’Italia), c’è quella di un secolo e mezzo di turismo, con gli infuocati amori, le bizzarrie e le trasgressioni di baroni, nobildonne, magnati dell’industria, signore dell’alta finanza, scrittori famosi, pittori, musicisti, dive e divi del cinema, che l’hanno vissuta da protagonisti, la favolosa Taormina di quegli anni".       

         “Il taorminese Gaetano Saglimbeni”, ha scritto Giancarlo Cortese nella prefazione del libro, “l’ha “vissuta” da giovane, la sua città, prima che il lavoro di giornalista lo portasse a Milano ed in giro per il mondo. Ritornato poi a Taormina in pensione, “purificato” (si potrebbe dire) della esperienza del nativo carnalmente oltre che sentimentalmente attaccato alla sua terra, ha potuto guardare ad essa con la sensibilità critica dell’ospite, ma con quel tanto che dentro gli era rimasto di quella esperienza. Ecco perché tutto, scrivendo di Taormina, gli riesce così facile, così naturale. Senza infatuazioni, ed anzi con un sorriso ironico che traspare qua e là dalle pagine; e senza i toni supponenti (bisogna anche dire) di chi, solo per essere nato in un luogo, ritiene di conoscerne tutto, di averne capito tutto. Saglimbeni non detta opinioni. Si limita a introdurre i lettori in quel mondo singolare e fantastico che era il paesino tra 800 e 900, ed in anni meno lontani da noi, quelli del primo e secondo dopoguerra. E li prende per mano, i suoi lettori, li guida, diventa partecipe delle loro emozioni. C’è anche in lui il piacere della scoperta, tipica del giornalista, e quello di descrivere, di raccontare”.

 

             Il libro salta agilmente dalle note storiche sulla Taormina edificata dai Greci nel 358 a. C. , con la illustrazione dei monumenti lasciati dalle varie dominazioni che si sono succedute nei secoli, alla scoperta che ne fece nel 1787 lo scrittore tedesco Johann Wolfgang Goethe, primo dei grandi viaggiatori dell’era moderna, alla nascita del primo albergo per la scommessa del pittore tedesco Ottone Geleng nel1864, al ricordo di personaggi e fatti che hanno creato il mito di Taormina: i primi eccentrici ospiti, i nudi dei ragazzotti fotografati dal barone tedesco Gloeden, il duello per i begli occhi di una donna raccontato dal diciannovenne Hemingway al suo esordio come romanziere, i giochi erotici sotto la pioggia della baronessa Frieda Lawrence con il mulattiere Peppino D’Allura di Castelmola, che al marito scrittore ispirarono il romanzo più scandaloso del Novecento, L’amante di Lady Chatterley.

 

             E poi, nella seconda metà del Novecento, le vacanze segrete della “divina” Garbo nella villa del dietologo omosessuale Gayelord Hauser che si era rifiutata di sposare a Hollywood; i vizi non proprio segreti del “ragazzo terribile” della letteratura americana Truman Capote; le follie amorose del filosofo-pacifista Bertrand Russell a casa Cuseni; le passeggiate mano nella mano del commediografo-regista Jean Cocteau con l’attore Jean Marais nel giardino del San Domenico; l’ultimo grande amore dell’ottantunenne André Gide per un giovane cameriere che aspettava di veder passare, tutte le mattine, seduto su un muretto accanto alla fontana dei Cappuccini.

 

            “Tutto questo”, conclude Giancarlo Cortese, “Saglimbeni racconta, con una prosa agile (da giornalista, dovremmo forse dire, più che da scrittore), godibilissima, ravvivata da note di sapida cronaca e da precisi riferimenti culturali. Un secolo e mezzo di turismo a Taormina attraverso i grandi ospiti che lo hanno vissuto da protagonisti: sognatori, amatori, peccatori. Ed in questa straordinaria galleria di personaggi hanno un posto di primissimo piano i divi di Hollywood intervenuti alla “notte delle stelle” al teatro greco, con le loro stravaganze, trasgressioni, scenate. Compreso lo sfizioso “siparietto” del mandolino sfasciato in testa dalla gelosissima Liz Taylor al quinto marito Burton, nell’intervallo di un concerto al San Domenico, per i troppo insistenti sorrisi rivolti dal bel Richard ad una ammaliante starlet. Anche quel mandolino, sissignori, è nella storia del turismo di Taormina: con le chiassose sbronze dell’attrice-ballerina inglese Sarah Churchill, gli schiaffoni di Peter Ustinov al gay Truman Capote per le sue insolenze nei confronti delle signore in salotto e le “godurie” sessuali sotto la pioggia di Frieda Lawrence (Lady Chatterley) nel vigneto sopra Castelmola”.

La copertina del libro "Taormina: la storia, i peccati, i grandi amori" di Gaetano Saglimbeni, pubblicato nel 2012 dalle Edizioni La Rocca e Sicilia Artistica
La copertina del libro "Taormina: la storia, i peccati, i grandi amori" di Gaetano Saglimbeni, pubblicato nel 2012 dalle Edizioni La Rocca e Sicilia Artistica

Nello studio di casa mia, a Taormina

Gaetano Saglimbeni, 82 anni, ex redattore e inviato del settimanale "Gente", fotografato nello stedio di casa sua a Taormina dalla nipote Agnese Cacopardo, studentessa liceale, 17 anni. Ha scritto 20 libri, 9 dei quali dedicati alla sua città.
Gaetano Saglimbeni, 82 anni, ex redattore e inviato del settimanale "Gente", fotografato nello stedio di casa sua a Taormina dalla nipote Agnese Cacopardo, studentessa liceale, 17 anni. Ha scritto 20 libri, 9 dei quali dedicati alla sua città.
Un primo piano del giornalista-srittore Saglimbeni. In uno dei suoi libri, "Lady Chatterley e il mulattiere", ha rivelato la vera storia dei "giochi sotto la pioggia" che all'inglese Lawrence ispirarono a Taormina il romanzo più scandaloso del Novecento.
Un primo piano del giornalista-srittore Saglimbeni. In uno dei suoi libri, "Lady Chatterley e il mulattiere", ha rivelato la vera storia dei "giochi sotto la pioggia" che all'inglese Lawrence ispirarono a Taormina il romanzo più scandaloso del Novecento.
Il pensionato Gaetano Saglimbeni al tavolo di lavoro. Trai i suoi libri, "Divi, divine e divani-alcova" e "Splendori e miserie della vecchia Hollywood" (da Greta Garbo e Marlene Dietrich a Marilyn Monroe).
Il pensionato Gaetano Saglimbeni al tavolo di lavoro. Trai i suoi libri, "Divi, divine e divani-alcova" e "Splendori e miserie della vecchia Hollywood" (da Greta Garbo e Marlene Dietrich a Marilyn Monroe).
Gaetano Saglimbeni mostra il premio "Cittò di Taormina" che ha ricevuto nel 2012 per la sesta edizione del suo libro "Taormina: la storia, i peccati, i grandi amori", pubblicato dalle Edizioni La Rocca e Sicilia Artistica, attualmente in libreria.
Gaetano Saglimbeni mostra il premio "Cittò di Taormina" che ha ricevuto nel 2012 per la sesta edizione del suo libro "Taormina: la storia, i peccati, i grandi amori", pubblicato dalle Edizioni La Rocca e Sicilia Artistica, attualmente in libreria.
Altra immagine di Gaetano Saglimbeni nello studio. Tra i libri del giornalista, "Salvo Randone, una vita a teatro", "Dal vostro inviato, in giro per il pieneta Terra", "I grandi amori della storia", "I grandi amori della letteratura e dell'arte".
Altra immagine di Gaetano Saglimbeni nello studio. Tra i libri del giornalista, "Salvo Randone, una vita a teatro", "Dal vostro inviato, in giro per il pieneta Terra", "I grandi amori della storia", "I grandi amori della letteratura e dell'arte".
Ancora una foto del pensionato Saglimben al tavolo di lavoro. Il suo libro "Lady Chatterley a Taormina" è dal 15 settembre 2014 in tutte le librerie on line, italiane e straniere.
Ancora una foto del pensionato Saglimben al tavolo di lavoro. Il suo libro "Lady Chatterley a Taormina" è dal 15 settembre 2014 in tutte le librerie on line, italiane e straniere.

Gli 82 anni del decano dei giornalisti taorminesi,
ex redattore e inviato del settimanale “Gente

Gaetano Saglimbeni: la penna di uno scrittore che resta sempre giovane

Il giornalista Gaetano Saglimbeni, per vent'anni redattore e inviato del settimanale "Gente",  a Taormina nel 1993: aveva 61 anni.
Il giornalista Gaetano Saglimbeni, per vent'anni redattore e inviato del settimanale "Gente", a Taormina nel 1993: aveva 61 anni.

di Valerio Morabito Oggi, 22 novembre 2014, per “Blogtaormina” è un giorno importante, una data speciale. Compie gli anni Gaetano Saglimbeni, giornalista di spicco a livello nazionale e quindi "firma d’autore" del nostro blog-portale d’informazione. Sono 82 le candeline che ha spento l’ex cronista e redattore della “Gazzetta del Sud” di Messina ed ex redattore e inviato del settimanale “Gente” di Milano. Purtroppo, gli anni scorrono inesorabili per tutti, anche per Gaetano. Non si può sfuggire alle regole di Madre natura, però la sua penna non ha subito l’impietoso trascorrere del tempo. Negli articoli che scrive per “Blogtaormina”, infatti, si può scorgere lo stile che l’ha contraddistinto da sempre, da quando ha iniziato a essere un giornalista. E’ questa la bellezza di fare un mestiere del genere. Una parte di te non invecchia mai, soprattutto se hai talento e sei in grado di trasmettere informazioni ed emozioni con semplicità e intelligenza. Il dono di raccontare - Gaetano Saglimbeni è un esempio da seguire per i più giovani e per chi vuole intraprendere una carriera come quella del cronista. Leggere i suoi articoli e i libri che ha scritto in questi anni, vuol dire cogliere qualche particolarità stilistica e narrativa che, prima o poi, tornerà utile. Ha narrato una parte della storia di Taormina, l’ha mostrata al grande pubblico con il suo stile unico e fuori dagli schemi. Ha raccontato i siciliani, l’ha fatto con ironia e sapendosi divertire, perché succede proprio questo quando ami il tuo lavoro. E infatti i vari direttori che ha avuto in trent’anni di carriera (Antonio Terzi, Gilberto Forti, Sandro Mayer, Umberto Brindani, Pino Aprile) non si sono risparmiati nel chiedergli di raccontare le vicende dei personaggi della sua terra, la Sicilia. “Chi meglio di te può capirli, i siciliani”, non facevano che ripetergli. “E debbo dire”, scrive lui in uno dei suoi libri, “Dal vostro inviato, in giro per il pianeta Terra”, “che il divertimento era anche mio. Mi intrigavano moltissimo, nel non facile mestiere di raccontare la vita, i sanguigni, fantasiosi e pittoreschi personaggi della mia Sicilia, che si scalmanavano, si azzuffavano, si disperavano, sghignazzavano e si esaltavano sul grande palcoscenico della vita, in una vulcanica esplosione di retorica dei sentimenti, isterismi di massa, fanatismi religiosi, sesso e verginità, falsi moralismi, vecchi tabù e stupidità senza tempo”. Gaetano incarna i valori di “Blogtaormina” - Gaetano non è soltanto un giornalista locale. Proprio come afferma uno degli slogan più celebri di “Blogtaormina”, “think global, act local” (“pensare globale, agire locale”), riesce a occuparsi anche di altro e lo fa con talento, con tanta gioia di raccontare, e quindi con il successo che il giornalismo serio merita. Per il settimanale “Gente”, come inviato, ha scritto da tutti i continenti: da Hollywood, da Londra, da Parigi, dalla Cuba di Fidel Castro, dalla Cina comunista (al seguito di Pertini in visita di Stato), dalla Siberia (con le prime foto del “gulag” in cui era stato rinchiuso per anni il dissidente Solgenitsin), dal Canada e da Mosca per le Olimpiadi, dalla Germania, dall’Argentina e dalla Spagna per i mondiali di calcio, da Cannes e da Venezia per i festival del cinema, da Sanremo e Saint Vincent per le canzoni, e dal Sud Africa (per il primo trapianto di cuore effettuato dal prof. Barnard), dal Sud America (sul terrorismo di “montoneros” e “tupamaros” e sul barbaro sterminio dei “desaparecidos”), dall’India (su Madre Teresa di Calcutta), dal Medio Oriente, da Hong Kong, dalla Nuova Zelanda e da tanti altri Paesi del pianeta Terra. Per quasi due anni ha pubblicato su “Gente” un articolo alla settimana, per la serie “Splendori e miserie della vecchia Hollywood”, sui leggendari divi del cinema americano, da Chaplin a Marilyn Monroe. E nella sua Taormina è stato per anni capo dell’Ufficio stampa della Rassegna del cinema, negli anni in cui al teatro greco, nella famosissima “notte delle stelle”, venivano consegnati i premi David di Donatello a Marlene Dietrich, Gregory Peck, Ingrid Bergman, Burt Lancaster, Rita Hayworth, Charlton Heston, Elizabeth Taylor, Richard Burton, Lana Turner, Anthony Perkins, Audrey Hepburn, Cary Grant, Joan Crawfod, Jack Nicholson, Julie Christie, Anthony Quinn, Glenn Ford, Henry Fonda. La capacità di spaziare, la bravura di adattarsi - Come capita a chi è in grado di guardare “oltre la linea”, per usare una terminologia cara al filosofo tedesco Ernst Junger, Gaetano Saglimbeni è riuscito sempre a incarnare la figura del giornalista contemporaneo, anche in un’epoca passata che ancora non comprendeva quali trasformazioni sarebbero sopraggiunte con il trascorrere del tempo. Come si può leggere nel suo vasto curriculum, si è occupato di tutto: cinema (i divi di Hollywood e quelli di casa nostra, festival di Cannes, Venezia, Berlino), teatro (Spoleto, San Miniato, Taormina), canzoni (Sanremo, Castrocaro, Saint Vincent), lirica (Arena di Verona. Spoleto, Taormina), sport (Olimpiadi di Montreal e Mosca, mondiali di calcio in Germania, Argentina, Spagna), politica (“Ricorderò sempre con piacere”, racconta Gaetano, “la prima visita di un presidente della Repubblica italiana nella Cina del dopo Mao, con il collerico, imprevedibile e simpaticissimo Sandro Pertini e super-bizzosa moglie al seguito”). Un signore che racconta le storie degli altri - Il giornalista (nato a Taormina il 22 novembre del 1932, che per un decennio è stato cronista e redattore a Messina della “Gazzetta del Sud”, per vent’anni a Milano redattore e inviato del settimanale “Gente” fino alla pensione e da pensionato nel 1990 ha pubblicato in esclusiva sul settimanale “Oggi” le prime rivelazioni sul vero amante di Lady Chatterley, il mulattiere Peppino D’Allura di Taormina), è un personaggio che non si fa intimorire dalle novità tecnologiche dell’epoca attuale. Internet, i quotidiani online e gli ebook sono un mondo interessante, affascinante di cui Gaetano è riuscito a far parte. La pubblicazione dell'ebook "Lady Chatterley a Taormina" per l'editore "Contanima" (che dal 15 settembre 2014 è in tutte le librerie on line, italiane e straniere) è un esempio della sua capacità di stare al passo con i tempi. Del resto, un giornalista che si rispetti ha nel proprio Dna il concetto di “curiosità”. Mai sedersi sul fiume in attesa della notizia, mai smettere di aggiornarsi, di conoscere, di parlare. Come diceva Enzo Biagi, “il giornalista è un signore che racconta le storie degli altri”. Beh, Gaetano Saglimbeni rientra in toto in questa definizione. Scrittore instancabile di due epoche - Come scrittore ha esordito nel 1981, a 49 anni, con un libro sulla sua città, “Taormina: la storia, i peccati, i grandi amori”, che adesso è alla settima edizione. Altre sue pubblicazioni: “Salvo Randone, una vita a teatro”, “Divi, divine e divani-alcova”, “Splendori e miserie della vecchia Hollywood”, “Lady Chattelery e il mulattiere”, “Dal vostro inviato, in giro per il pianeta Terra”, “I grandi amori della storia”, “I grandi amori della letteratura e dell’arte”, “Hollywood a Taormina”, “Taormina nel Mito” (in lingua inglese, on-line). Gaetano racconta, lo fa con passione, passando agevolmente dai libri di reportage ai quelli turistici, ai saggi storici e letterari, alle critiche d'arte, e adesso anche al romanzo. La sua penna è una forza della natura e così il prossimo libro sarà un romanzo, “La figlioccia del boss”, sulla tragica realtà della mafia siciliana, da lui raccontata per anni come giornalista sulle pagine del settimanale “Gente”. Un piccolo regalo a un grande uomo – Negli anni in cui Taormina si è svuotata di personaggi famosi ed esponenti culturali di un certo peso, in una villetta tra il verde al numero 1 di via Francesco Atenasio (dalle parti di via Fontana vecchia, a 400-500metri dalla casetta che quasi un secolo fa abitò lo scrittore inglese David Herbert Lawrence e cinquant'anni fa l'americano Truman Capote), troverete un uomo distinto che rappresenta una parte rilevante della storia della città. Taormina è il luogo che dagli anni ’80 ha iniziato a ringraziarlo ed a tributargli onori che spettano soltanto a personaggi di grande spessore e rilievo. Nel 1981, per il primo libro sulla sua città, il giornalista-scrittore Gaetano Saglimbeni ha vinto il premio internazionale “Taormina” per un’opera letteraria di interesse turistico; e nel 2012 il Consiglio comunale gli ha assegnato il premio “Città di Taormina”. Lui ha passato una vita a raccontare storie e continua a raccontarne: storie esilaranti e amare, affascinanti e terribili, la vita con i suoi drammi, i paradossi, le bizzarrie, passioni, ossessioni, gioie e dolori, splendori e miserie, le mille contraddizioni di quello che per Pirandello era il “tragico grottesco quotidiano”. Oggi siamo noi a volergli fare un piccolo regalo con questo articolo, ma tutti i giorni dell’anno è lui, con i suoi scritti, con la sua penna sempre giovane, a regalarci una piacevole e interessante lettura. Grazie, Gaetano. Valerio Morabito

Altra immagine dell'ottantaduenne giornalista-scrittore Gaetano Saglimbeni nel suo studio. Da ricordare, tra i suoi libri, "Album Taormina", pubblicato nel 2001 da Flaccovio in una collana dedicata ai centri turistici più importanti d'Italia
Altra immagine dell'ottantaduenne giornalista-scrittore Gaetano Saglimbeni nel suo studio. Da ricordare, tra i suoi libri, "Album Taormina", pubblicato nel 2001 da Flaccovio in una collana dedicata ai centri turistici più importanti d'Italia
Saglimbeni nello studio. Il suo ultimo libro? Un romazo, il suo primo romanzo, "La figlioccia del boss", sulle tragiche vicende della mafia che per decenni ha raccontato sulle pagine del settimanale "Gente".
Saglimbeni nello studio. Il suo ultimo libro? Un romazo, il suo primo romanzo, "La figlioccia del boss", sulle tragiche vicende della mafia che per decenni ha raccontato sulle pagine del settimanale "Gente".

Sommario

Lady Chatterley a Taormina

In ebook il nuovo libro di Gaetano Saglimbeni: come e dove acquistarlo.

Liza Minnelli: "Un solo grande rammarico, nella mia vita e nella carriera che mi hanno dato tanto: non aver potuto far nulla per salvare dall'alcol e dalla droga la mia mamma carissima, Judy Garland".

Jean Simmons: "Ho lavato pavimenti anch'io al Betty Ford Center, come Liz Taylor e Liza Minnelli, per salvarmi dall'alcol e dalla droga".

Paul Newman, dopo la morte del figlio per overdose: "Criminali non sono soltanto gli spacciatori, ma anche intelletuali e giornalisti che ingannano i nostri ragazzi parlando della droga come di una moda, senza spiegar loro i rischi che corrono".

I diari segreti di Marilyn Monroe, la diva più acclamata e infelice di Hollywood: si uccise con i barbiturici, a 36 anni, dopo aver chiesto invano un po’ di affetto ai potenti che avevano avuto il suo corpo.

Gary Cooper: ceffoni da Ingrid Bergman, Grace Kelly e Audrey Hepburn, sul set e fuori, per le sue sfrontatezze sentimentali di ex cow-boy eternamente innamorato.

 Quando i comunisti italiani bollavano il  dissidente sovietico Aleksandr Solgenitsin come uno "scrittore fallito" ed un "verme" al servizio dell'imperialismo americano.

Grace Kelly: la bella favola delle nozze con il principe Ranieri di Monaco.

Cary Grant: "Ho amato tanto Sophia Loren, ma non ho potuto mai convincerla a sposarmi".

Twiggy Ed alla fine "miss Grissino" proclamò dall'Italia: "Matte da legare le ragazze che rischiano di morire per arrivare a pesare 43 chili come me".

D'Annunzio Le appassionate lettere del "sommo vate" alle amanti, con tante menzogne, crudeltà, truffe: soldi in alcova lui ne spillò parecchi, a nobildonne facoltose ed all'attrice Eleonora Duse.

Angelo Musco, atttualissima la caustica e graffiante battuta da lui inventata in palcoscenico un secolo fa: "Ciascuno, caro signore, ha il diritto ad essere un po' cretino; ma lei, di questo diritto, sta abusando".

Hollywood a Taormina: Greta Garbo, Marlene Dietrich, Liz Taylor (nella foto), Richard Burton, Ingrid Bergman, Gregory Peck, Audrey Hepburn, Cary Grant, Joan Crawford, Henry Fonda, Rita Hayworth, Burt Lancaster, Lana Turner, Anthony Quinn, Julie Christie, Jack Nicholson, Leslie Caron, Van Heflin, Anthony Perkins, Susan Hayward, Charlton Heston, Moira Shearer, Glenn Ford, Esther Williams.

Pirandello: 560 lettere d'amore,  dagli idilli con le "diavolette" tedesche dell'università di Bonn alla grande passione per Marta Abba, primattrice della sua compagnia e ispiratrice di importanti sue commedie della maturità.

Le foibe degli orrori sul Carso, una vergogna che le sinistre hanno tentato per 62 anni di nascondere per sempre: "Abbiamo la responsabilità di aver negato la verità per cecità storica e pregiudizi ideologici", ha riconosciuto con lealtà e onestà intellettuale l'ex dirigente comunista Giorgio Napolitasno, oggi presidente della Reopubblica.

Salvo Randone: quando il grande "orso" del teatro italiano, al ristorante con gli amici di Taormina, dirigeva la recita-farsa del suo barbiere Pipitto.

Bernadette: fede e affari a Lourdes, il "luogo di preghiera" più affollato del pianeta Terra, e non soltanto tra i Paesi di religione cattolica.

Romano Prodi, la truffa dell'euro: le incredibili leggerezze degli "illuminati" leader della sinistra che hanno porttato l'Italia in Europa con un cambio lira-euro capestro per noi cittadini, tale da far dimezzare d'un colpo stipendi, pensioni e tutti i nostri risparmi.

Chopin: vita esaltante e tragica di un "poeta del pianoforte".

Walter Veltroni, ex dirigente nazionale del Pci e direttore de l'Unità: "Non sono mai stato comunista".

I Beatles: baronetti drogati anche nelle toilette di Buckingham Palace, in attesa di essere ricevuti dalla regina (nella foto, Ringo Starr).

 L'attore, regista e scrittore Dario Fo,  ex fascista della Repubblica di Salò, oggi intellettuale della sinistra "illuminata" che strizza l'occhio ai grillini e dà del fascista a Berlusconi.

Sesso in Sicilia: la campana suonata a stormo dal duca Avarna a mezzanotte, dopo l'amore con la bella hostess americana, per far dispetto alla moglie che lo aveva fatto sfrattare dai figli dal castello avito.

Picasso, un genio nella pittura, "mostro" in amore e nei rapporti con le donne: arrivò a spegnere la sigaretta sulla guancia della modella che gli aveva dato due figli, Françoise Gilot, e minacciava pure di buttarla nella Senna. 

Togliatti: quando il leader dei comunisti di casa nostra dichiarava ufficialmente che, come italiano, si sentiva un "miserabile mandolinista e nulla più"; e come cittadino sovietico, invece, sentiva di "valere diecimila volte più del miglior cittadino italiano".

Giovanni Cutrufelli, un regista-attore taorminese che insegnò agli italiani a "capire" Pirandello.

Il grande amore tra Romy Schneider e Alain Delon: "Mentre io piangevo a Vienna, lui piangeva a Parigi".

In Cina per la prima visita di un presidente della Repubblica italiana nel mondo comunista del dopo Mao: con il collerico, imprevedibile, simpaticissimo Sandro Pertini e super-bizzosa moglie al seguito.

Oriana Fallaci, ricordo di una "adorabile rompiscatole", mia  compagna di viaggio al seguito di Pertini in Cina: una grande giornalista-scrittrice, amatissima dai lettori in tutto il mondo, odiata dai colleghi.

André Gide, Nobel per la letteratura: lo insultarono in vita ed anche da morto, i comunisti francesi (dei quali era stato "laudator maximus"), quando rivelò al mondo, dopo un viaggio in Unione sovietica, gli orrori del regime.

Montgomery Clift, il "giovane leone" del cinema americano che rifiutò il letto di Elizabeth Taylor e Marilyn Monroe.

Farah Diba: "Un pianto a dirotto, fu quello il mio 'sì' alla dichiarazione d'amore dello scia di Persia, sul viale in fiore di un bellissimo giardino di Teheran".

"Buona fortuna, bambina...". E' il duro Humphrey Bogart, con la parolina "bambina" da lui inventata sul set per il tormentato e dolcissimo addio alla deliziosa Ingrid Bergman in Casablanca, entrò nella storia del cinema.

Lana Turner: un gangster per amante, ucciso poi in camera da letto dalla figlia quattordicenne della diva.

Il disperato suicidio della "sciantosa" genoovese abbandonata dal napoletano Totò, che il "principe-clown", tormentato dal rimorso, fece poi seppellire nella propria cappella, accanto al loculo riservato per sé.

Una perpetua dal nome famoso nella parrocchia cattolica di Portsmouth nel New Hampshire, Betty Hutton, ex "bionda incendiaria" di Hollywood: "Quel che avevo, l'ho lasciato ai miei figli ed ai poveri. Adesso sono qui, povera e finalmente felice: posso aiutare la gente che ha tanto bisogno".

Giovanni Verga, innamorato bifronte: lettere d'amore a due contesse negli stessi giorni.

Vincenzo Bellini: romantico con le ricche signore che lo ospitavano in  ville e castelli, cinico con le ragazze da marito: per lui veniva prima la dote, poi l'amore.

Le vacanze segrete di Greta Garbo a Taormina, nella villa del dietologo gay che non aveva voluto sposare a Hollywood. 

Marlene Dietrich, graffiante con la grande rivale Garbo sul suo ritiro dal cinema a 36 anni: "Si è sentita davvero una divina ed ha piantato tutto; io sono rtimasta con i piedi per terra".

Oscar Wilde, il dandy dello scandalo, a Taormina per agghindare i ragazzi nudi per il barone fotografo Gloeden.

Liz Taylor, troppo gelosa del quinto marito a Taormina, sfascia un mandolino in testa al bellissimo Richard Burton. 

Truman Capote: ceffoni in salotto a Taormina per le sue sfrontatezze nei confronti delle signore.  

Ragazzi in affitto per le vacanze dello scrittore americano Tennessee Williams a Taormina.

Joan Crowford a Taormina, diva e manager industriale: "Da giovane mi divertivo a far cadere ai miei piedi i mariti delle signore che continuavano a denigrarmi per il mio passato di ballerina nelle taverne".

Un "super maschio" il divo italiano Rodolfo Valentino? "No, era soltanto un piumino rosa, una cocotte imbellettata", a sentire le mogli.

Jean Cocteau: le stuggenti lettere a Jean Marais, il suo adorato Jannot.

Ava Gardner, un grande amore per Frank Sinatra, ma a stregarla erano i toreri (tre).

Clark Gable, troppi misteri nella sua vita e carriera da "simpatica canaglia": fece licenziare il regista di Via col vento perché sapeva di lui troppe cose.

La ginnasta rumena Nadia Comaneci, trionfatrice alla Olimpiade di Montreal,  seviziata e segregata dal figlio del dittatore Ceausescu.

Gregory Peck a Taormina: dopo le "vacanze romane", quelle siciliane con la deliziosa Audrey Hepburn.

Il mondiale di calcio in Argentina, tra terroristi assassini e desaparecidos orribilmente assassinati (nella foto, la madre di uno scomparso davanti akìlla Casa Rosada).

Tyrone Power, duello mortale sul set, sotto gli occhi di Gina Lollobrigida.

Mickey Rooney, l'ex ragazzino "tutto pepe" di Hollywood, recordman di mogli (8) e figli (12).

Le canzoni di ieri e di oggi: dal De Sica del 1932, che cantava  "Parlami d'amore, Mariù" nel filn "Gli uomini che mascalzoni", alla Nannini di " L'amore è una camera a gas".